"LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS"
RICCARDO DELLO SBARBA    CONVIVENZA

    
LETTERA A CHIARA

Cara Chiara,

la tua lettera mi tocca da vicino. Diciannove anni fa sono immigrato anch’io a Bolzano, e anch’io per amore. Proprio come farebbe ora il tuo fidanzato.

Tra i motivi per cambiare città non ce n’è uno più bello. Ricominciare la vita insieme a chi si ama in un posto nuovo ti dà uno slancio enorme e un’immensa sensazione di libertà. Per questo l’amarezza della tua lettera mi fa sanguinare il cuore.

Non voglio farti prediche, ma dirti com’è andata a me, perché penso che così potrebbe andare anche a voi.

Arrivai a Bolzano nel 1988, avevo 34 anni. Non conoscevo una parola di tedesco, non sapevo sciare, non sapevo camminare in montagna. Prima di allora, ero stato una sola volta sulle Dolomiti, era agosto e avevo sofferto un freddo cane. Ero sempre stato un uomo di mare. Neppure la persona che amavo (e che amo) era di qui: lei da Milano, io dalla Toscana, l’Alto Adige riunì le nostre vite.

Arrivai a Bolzano con un numero di telefono in tasca: quello di Alexander Langer. Lui aveva a Firenze la sua seconda casa, e il suo amore.

Appena arrivai, lui mi dette pochi ma preziosi consigli: impara la lingua, parla con la gente, studia la storia, frequenta gruppi misti. Ho fatto del mio meglio per seguire questi consigli e non mi sono trovato male.

Di quei consigli, il più importante era l’ultimo: frequentare gruppi e amicizie di tutte le lingue. In Toscana ero abituato a sentirmi cittadino al cento per cento e non riuscivo a vivere qui ridotto alla percentuale del mio solo gruppo linguistico. Non volevo mettermi a “fare l’italiano” (che è cosa diversa dall’esserlo, italiano, e ti assicuro che lo sono orgogliosamente).

Non volevo limitarmi a una parte sola di questo nuovo mondo. Così ho cercato gruppi misti e mi sono affidato a persone amiche di lingua tedesca: ne ho frequentato le case, i sentieri dell’infanzia, le case (di campagna) dei genitori, il paese d’origine, le amicizie da grandi. Quando dentro di me si sta formando un giudizio, oppure devo prendere una decisione importante, corro da queste persone e parlo con loro. Cerco di condividere la vita con gli altri, soprattutto con gli altri che parlano l’altra lingua.

Credo che questo sia il segreto per non intristirsi nel “disagio”. Che poi è la sensazione di non avere sbocchi, di non poter coltivare speranze.

Io non volevo cadere nella trappola etnica, così frequente da noi. Nel gioco del “noi” e del “loro”. Del “noi italiani” e del “loro tedeschi”. Del “noi svantaggiati” e del “loro privilegiati”.

Non sono cieco: vedo le ingiustizie, vedo i privilegi. Ma li vedo ben distribuiti oltre i confini etnici. Anche tra quei “noi” vedo ricchi e poveri, cinici e generosi, chi fa affari e chi fa la fame. E altrettanti ce ne sono tra quei “loro”. Ridurre tutto a “italiani” e “tedeschi” è un modo per fregarsi con le proprie mani. Consola, certo, come il ciuccio dei neonati. Però ti porta in un vicolo cieco.

Cara Chiara, non prendermi per un ingenuo. Lo so che ci sono mille meccanismi, nella politica innanzitutto, che spingono la gente a inforcarsi gli occhiali del “noi e loro”. E lo so che il potere funziona usando instancabilmente l’arte della meticolosa e puntigliosa divisione etnica. Ma sta a noi decidere se danzare a quella musica, oppure no.

Ci si può ribellare, non uniformare, non stare al gioco. A cominciare dalla vita quotidiana, dalle cose che si leggono (tu sai il tedesco), dagli amici che si frequentano. Se si fa questo, si aprono di fronte a noi strade che non ci aspettavamo, che non conoscevamo. Tanto va ancora cambiato, e bisogna lottare per cambiarlo: ma se non cominciamo da noi stessi, come faremo a cambiare il mondo?

Dunque non stare al gioco è la prima cosa da fare. E la seconda è cercare, “noi e loro insieme” (magari una minoranza di entrambi, per cominciare) di cambiare le cose.

Né il mondo tedesco, né quello italiano sono più compatti come un tempo. Nel mondo tedesco c’è tanta gente che ha voglia di aria fresca, che si ribella, che non ci sta. Gente che vuole offrire ai giovani capaci e meritevoli una prospettiva che non sia umiliata dalla lottizzazione etnica. Che vuole andare incontro ai bisogni delle persone senza bisogno di chiedere che lingua parlano.

Come vedi, sono ottimista. Non perché mi faccio ammaliare da chi predica che qui tutto va bene, ma perché trovo ogni giorno sempre più persone che vogliono cambiare le cose. In loro ripongo la mia speranza e anche la mia quotidiana felicità.

Se il tuo fidanzato viene a Bolzano – come spero – e se avrete dei figli, sono fiducioso che almeno loro potranno finalmente frequentare una scuola dove le materie vengono insegnate in italiano e tedesco, circondati da compagni di scuola italiani e tedeschi. Una scuola così è uno scandalo che non esista già. Ma arriverà: non abbiamo già un’università trilingue, quando fino a pochi anni fa sembrava un tabù, sia l’università che l’insegnamento trilingue?

A proposito di lingue: al contrario di te, io il tedesco l’ho imparato lavorando (per 8 anni nel settimanale di lingua tedesca FF). Oggi mi sento a casa in un’Europa che va da Berlino a Palermo e sono orgoglioso del fatto che quando parlo con uno della Germania, quello mi dica: accidenti, si sente proprio che vieni dal sud! Parlo il tedesco nostro, quello di qui, quello che si parla anche in Tirolo e in Baviera. Parlo il tedesco del cuore delle persone con cui ogni giorno parlo.

Conosco le difficoltà di chi invece il tedesco l’ha imparato solo nella sua versione “alta”. Però non mi pare difficile, da quell’altezza (che è pur sempre un modo per vedere le cose in grande), scendere nella terra del tedesco “nostro”. Basta abituarsi, e amare le persone che lo parlano. Con gli amici si può fare dei patti: parlami tedesco, per favore. E con gli altri si può essere ostinati: se loro passano all’italiano, tu rispondi in tedesco, in tedesco, e ancora in tedesco.

Lo so, si fa fatica. Ma ovunque si fa fatica a questo mondo.

Questa è la nostra fatica. E queste le nostre opportunità.  

Ti auguro tanta fortuna, cara Chiara. A te e al tuo amore.  

Riccardo Dello Sbarba Presidente del Consiglio provinciale di Bolzano

21 giugno 2007


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