"LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS"
RICCARDO DELLO SBARBA    EDITORIALI E ARTICOLI

    
SHOPPING CENTER SOTTO I PORTICI - L’ADIGE, 19 FEBBRAIO 2006

La scorsa settimana il mio amico Dieter Kucera ha chiuso per sempre il suo negozio. Mi chiederete: e allora? Un momento: devo aggiungere che Dieter era uno degli ultimi commercianti storici dei Portici di Bolzano, anima eccentrica della ditta Wunderlich-Exquisit, l’unico “re dei Portici” che non vota Svp, volto notissimo di quell’aristocrazia commerciale bolzanina che si assottiglia ogni anno di più.
Per dire: ha chiuso Gutweniger, il negozio di giocattoli che ha eccitato le fantasie di generazioni di bambine e bambini; ha chiuso Elektronia, attraverso cui sono passate tutte le mode musicale degli adolescenti dal dopoguerra all’anno scorso; ha chiuso Franchi, la mecca delle “liste di nozze” e dei sogni degli sposini.
Insomma: una morìa progressiva ed implacabile che rischia di mangiarsi il salotto buono degli acquisti del Sudtirolo. Il cuore di Bolzano cessa pian piano di battere. Al posto degli antichi signori si insediano i “logo” globali - Benetton, Stefanel, Coin, Chicco, Mötivi, Foot locker - con le loro filiali al neon gestite da giovanissime commesse che sembrano uscite da uno spot pubblicitario. Ma di questi nuovi negozi la testa imprenditoriale è altrove. E altrove volano i profitti realizzati all’ombra degli antichi Portici.
                                                    * * *
Dei vecchi signori dei “Bozner Lauben”, resistono solo quelli ben collegati con la politica (non faccio illazioni, constato la coincidenza) come l’Helmuth Rizzolli, principe della Svp bolzanina, o il colosso Athesia dei fratelli Ebner (l’euro-parlamentare e il direttore del “Dolomiten”). Oppure quelli che a loro volta sono risusciti a trasformarsi in catena sovra-provinciale, come i fratelli Oberrauch (anche Sportler e Globus), i quali però erano già ricchi di suo, essendo proprietari dei terreni su cui si allarga verso nord il centro storico e dunque disponendo di un ingente capitale di riserva a cui hanno attinto spesso, vendendo terreni e reinvestendo in fette di mercato.
Ma i più mollano e se ne vanno. Se sono proprietari dell’edificio, lo affittano alle catene globali e vivono di rendita per il resto della vita. Qualcuno riapre altrove, in vie più laterali dove i costi di gestione sono inferiori, ma lo fa più per la passione che per i guadagni a fine mese.
                                                    * * *
Il mio amico Dieter Kucera dice che è colpa della globalizzazione. Le catene prima ti riducono a semplice espositore delle loro merci, poi ti assottigliano sempre di più i margini di profitto e infine, quando i costi cominciano a superare i ricavi, ti divorano. Finché c’era la lira in continua svalutazione, si poteva guadagnare con i turisti del marco e dello scellino. Poi è arrivato l’euro e la festa è finita.
I turisti hanno smesso di comprare e anche i locali hanno cominciato ad andare altrove, ai centri commerciali di Innsbruck e Affi. Conosco parecchie persone che a Bolzano non comprano da anni né un vestito, né un televisore, né un paio di scarpe.
L’allarme sulla crisi del commercio bolzanino è scattato da tempo. C’è chi se la prende coi centri commerciali e lo scarso patriottismo di chi va a spendere fuori provincia, mandando in rovina il “commercio di vicinato”; e c’è invece chi se la prende con le categorie commerciali cittadine, accusate di protezionismo: la scarsa concorrenza spinge in alto i prezzi, gli alti prezzi spingono i clienti altrove, gli affari calano, i costi aumentano e un ceto commerciale impigrito abbandona le attività imprenditoriali e si dà alla rendita finanziaria.                                              
                                                       * * *
Ovviamente c’è del vero in entrambe le spiegazioni. E’ vero che dalla globalizzazione non ci si riesce a difendere, come è vero che molti negozi hanno scommesso troppo a lungo sulla rendita di posizione. Il problema, però, è che fare. E su questo, per ora, siamo fermi alle indagini statistiche.

La domanda è: perché perfino i “nostri” ci abbandonano? Che cosa trascina migliaia di sudtirolesi ogni domenica a migrare verso i centri commerciali a nord e a sud della provincia? Dalle risposte dipendono poi le soluzioni. E le risposte sono divergenti.
L’Istituto provinciale di Statistica (Astat) è stato il primo a quantificare l’esodo di massa dei consumatori locali e ad azzardare una spiegazione: fuori provincia trovano prezzi più bassi. Da cui molti deducono: bisogna allargare il mercato locale, far entrare nuovi operatori, aprire alla concorrenza (l’intera distribuzione alimentare è in mano a due soli grandi soggetti che fanno cartello) in modo da far diminuire i prezzi. Di questa opinione sono le associazioni dei consumatori.
Di tutt’altro avviso, invece, sono le associazioni dei commercianti. Le quali hanno commissionato un altro studio al centro ricerche della Camera di Commercio da cui si deduce che: primo, l’esodo dello shopping non  è poi così massiccio, rappresentando solo il 4% del potere d’acquisto provinciale, pari a 180 milioni di euro all’anno; secondo, che il motivo per cui i bolzanini comprano fuori non è la differenza di prezzo (sensibile solo in settori delimitati come i prodotti per l’infanzia, o l’elettronica) ma la comodità di trovare tutto in un solo luogo, dallo spillo all’elefante, più il “clima”, il senso di “evento” che il viaggio all’iper-centro commerciale assume per tutta la famiglia. Di qui la ricetta: la struttura del commercio locale va bene com’è, ma deve riorganizzarsi.
                                                    * * *
La tesi l’ha esposta con la solita coerenza il professor Gottfried Tappeiner, docente di economia all’università. Consentire l’insediamento anche in Sudtirolo di nuovi centri commerciali, ha ribadito il professore, sarebbe letale per il “commercio di vicinato”, il quale ha tutte le risorse per rispondere alle esigenze dei consumatori, a patto che cambi completamente mentalità.
Occorre organizzazione, strategia, corporate identity. Basta con il caos, le invidie, le ripicche, l’anarchia feudale degli antichi “signori dei Portici”. I commercianti del centro storico dovrebbero riunirsi in una sola società, suddividersi i compiti e le categorie merceologiche, aprire le porte se necessario a qualche outlet o discount in limitati settori, fare una politica comune dell’offerta, organizzare eventi in modo da trasformare lo shopping in un’attività ricreativa per l’intera famiglia.
“La mia visione – ha azzardato infine Tappeiner – sarebbe quella di trasformare i Portici di Bolzano in una struttura unica di vetro e acciaio ben riscaldata, sotto la quale i singoli commercianti accettino di sottoporsi a regole comuni, in tutto e per tutto paragonabili a quelle di un centro commerciale”. Insomma: la via sudtirolese allo shopping center, non in periferia ma nel cuore antico della città.
Ora capite perché il mio amico Dieter Kucera ha deciso di chiudere il suo negozio.

Riccardo Dello Sbarba


SCUOLA PLURILINGUE



MEHRSPRACHIGE SCHULE
 

BORSE VERDI



GRÜNE TASCHEN