"LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS"
RICCARDO DELLO SBARBA    POLITICA

    
RELAZIONE AL BILANCIO 2008 - 12 DICEMBRE 2007

Signora Presidente del Consiglio provinciale,

signor Presidente della Giunta provinciale,

care colleghe e cari colleghi,

  

i miei colleghi Hans Heiss e Cristina Kury hanno già espresso ieri il giudizio del gruppo verde sulla relazione al bilancio del presidente Durnwalder e hanno trattato diversi temi importanti. Io mi concentrerò oggi su altri quattro argomenti che nel discorso del Presidente non condivido, oppure che sono assenti: primo, l’insegnamento delle lingue; secondo, il ruolo delle città e in particolare di Bolzano; terzo, la partecipazione alla gestione dell’autonomia in particolare nel campo della cultura; quarto, i ladini.

SCUOLA PLURILINGUE

La questione dell’apprendimento delle lingue è stata molto discussa ieri in quest’aula. Ma le parole più deludenti, egregio Presidente Durnwalder, le ho trovate proprio nella Sua relazione. Vorrei che Lei riflettesse sulla pesantezza della frase con cui Lei ha liquidato l’argomento e per questo la cito alla lettera: “Riguardo alla tanto invocata immersione – ha detto – ripetutamente richiesta da tante parti e da noi vietata, non esisterà nemmeno nel 2010”. Sono parole assurde, Presidente, paradossali.

Da un lato, Lei stesso riconosce che l’immersione è “tanto invocata”, che è “ripetutamente richiesta da tante parti”, dall’altro lato risponde a questo diffuso bisogno di bilinguismo con un “noi vietiamo, non esisterà mai!”.

Così facendo, Presidente, Lei si mette contro la richiesta di centinaia di famiglie di tutti i gruppi linguistici, contro il futuro di migliaia di bambine e bambini, contro la libertà delle scuole e l’autonomia didattica degli insegnanti. La politica dovrebbe essere al servizio dei cittadini, ma qui si piegano i cittadini al servizio della politica.

Bisogna smetterla una buona volta di demonizzare l’immersione linguistica e farne un feticcio, o un’eresia. L’immersione è diventata una parola trappola, con cui si cerca di circoscrivere il problema del’apprendimento delle lingue al solo mondo italiano e alla sola stanca solfa del solito “disagio”.

Non è così, e io cercherò di dimostrarlo con esempi concreti. Il problema a riguarda tutti e.c’è qualcosa che va oltre e che è molto di più della famosa immersione: è il desiderio di centinaia di famiglie di far crescere bilingui i propri figli e figlie, c’è la convinzione diffusa che qualcosa nel nostro sistema non funziona, che stiamo sprecando le possibilità che offre la nostra terra plurilingue, che occorra liberarsi dalle paure e dagli ostacoli, che le lingue prima si apprendono e meglio si apprendono, che bisogna sperimentare con libertà e passione, senza pregiudizi e senza divieti. L’articolo 19 dello Statuto è lì per riconoscere diritti, non per incatenare i cittadini.

Una società in cui è negata la libertà di apprendere, diventa una società della paura, del sospetto, della clandestinità. Diventa una società dove succede quanto ci ha raccontato nel settembre scorso l’inchiesta pubblicata dal settimanale domenicale della casa editrice Athesia, che non è certo un foglio antiautonomista, nemico delle minoranze. E’ semplicemente un giornale che informa su come vanno le cose. 

E così, facendo il suo lavoro, il 30 settembre 2007 il settimanale “Zett” ha raccontato di corsi clandestini d’italiano organizzati da genitori di lingua tedesca – di lingua tedesca, care colleghe e cari colleghi! – in scuole materne di lingua tedesca a Sarentino, Ora, Cornaiano. E ha raccontato che questi corsi si svolgevano in gran segreto, che i genitori accettavano di parlare solo con la garanzia dell’anonimato, che gli insegnanti giravano l’angolo alla vista del giornalista e i dirigenti scolastici si nascondevano dietro un “no comment”, che qualcuno addirittura implorava il giornalista di non scrivere dove i corsi si tenevano perché erano luoghi pubblici e certamente la politica, se lo avesse saputo, sarebbe intervenuta e avrebbe vietato tutto.

Per questo non si doveva sapere nulla: “Um den Kurs nicht zu gefährden und den Kindergarten, der uns immer unterstütz hat, zu schützen“, per non mettere a rischio il corso e l’asilo, che ci ha sempre sostenuto. Capite? Chi organizza corsi di seconda lingua all’asilo, teme di correre rischi, nella nostra provincia.

Il giornale parlava di “un muro di silenzio e paura”, “eine Mauer des Schweigens und der Angst”.  Parlava di gente adulta e vaccinata che aveva paura a parlare, di cittadine e cittadini della nostra provincia costretti alla clandestinità.

E concludeva – cito: “Es klingt paradox, aber es herrschen beinahe Zustände wie damals in den Katakombenschulen, wenn auch unter umgekehrten Vorzeigen“. Scuole segrete delle catacombe, stavolta non per difendere la madrelingua, ma per imparare la seconda lingua. Non è vergognoso che debba accadere tutto questo? Non lo sentite come scandalo? Non è umiliante per tutti noi, in quest’aula, che nostre cittadine e cittadini siano costretti a queste soluzioni estreme? Vi sembrano cose degne di un paese d’Europa? Degne di una terra plurilingue? 

Forse non hanno capito, queste cittadine e cittadini? Ma sì che hanno capito. Non ha detto il Presidente nella sua relazione: “noi vietiamo?” Fortunatamente, quando s’impedisce un diritto la gente se lo prende in altro modo. Non si possono tagliare le lingue e chiudere le bocche, non si può fermare la storia. 

Perché la storia, care colleghe e colleghi, va nella direzione del bilinguismo e della libertà di apprendere. Non la potete fermare. La potete ritardare, potete rovinare l’esistenza di alcune generazioni, che certamente non vi dimenticheranno. Ma il fiume della storia non si ferma. 

Già nel 1998 venne fuori la storia di una scuola bilingue delle catacombe, era a Meltina quella volta, sempre in un asilo tedesco. Arrivò agli onori della cronaca, poi scomparve. Chi credeva che fosse un’eccezione si sbagliava di grosso. 

Perché la nostra società è cresciuta. Ci sono migliaia di famiglie mistilingue che chiedono una formazione adeguata per i propri figli, una formazione che non li costringa a rinunciare all’una o all’altra delle proprie identità culturali. E così queste famiglie ci portano avanti tutti, parlano per tutti noi, perché in questa terra in realtà ogni famiglia è plurilingue, più o meno certo, ma ogni famiglia, ogni persona ha più di una lingua nella propria testa, basta che abbia il coraggio di esprimersi, la voglia di migliorare, la libertà di apprendere.

Ci sono centinaia di famiglie italiane che mandano i propri figli alla scuola tedesca e centinaia di famiglie tedesche che mandano i propri figli agli asili italiani: una serie d’iscrizioni incrociate all’insegna dell’arte di arrangiarsi, che spesso riesce, ma a volte crea problemi sia ai bambini sia alle scuole, impreparate a questo plurilinguismo di fatto. 

Ci sono tantissime scuole italiane dove ormai l’insegnamento è quasi paritetico, anche se poi per un’assurda ipocrisia i voti in pagella li danno formalmente gli insegnanti italiani. 

Ci sono scuole private come le Marcelline e le scuole steineriane di Merano e Bolzano che, a chi ha i soldi per frequentarle, impartiscono un insegnamento in tre lingue a classi dove siedono insieme bambini italiani, tedeschi, ladini e stranieri. 

AD un questionario distribuito un anno fa tra i genitori degli asili di Appiano, 77 famiglie sulle 83 intervistate si sono dichiarate favorevoli all’istituzione di una scuola materna bilingue. A Bressanone sono state raccolte oltre mille firme con la stessa richiesta. A Bolzano nell’ultimo mese, sotto la spinta dell’iniziale protesta contro una riforma della scuola che fissa nero su bianco percorsi separati per gruppo linguistico, sono state raccolte oltre 10.000 firme per chiedere invece un’idea comune di scuola per tutti, la libertà di sperimentazione per le singole scuole e la possibilità di realizzare sezioni plurilingue.

Poche settimane fa, proprio in questa sala durante l’audizione sulla scuola, anche la presidente della consulta dei genitori delle scuole di lingua tedesca ci ha ricordato che – cito: “in Alto Adige ci sono moltissimi bambini bilingui, figli di coppie miste, per i quali non vale il principio di un’unica lingua madre. Ma per la legge questi bambini non esistono, non c’è nulla per loro”. E dicendo questo la presidente della consulta tedesca ha chiesto libertà di sperimentazione linguistica. E’ nostro dovere rispondere a questa domanda di bilinguismo e di libertà, non opporre divieti.

E’ nostro dovere, anche perché l’apprendimento delle lingue non va così a gonfie vele, non va come dovrebbe. E non va, non solo nel mondo italiano. Non va nemmeno nel mondo tedesco. Togliamoci i pregiudizi e apriamo gli occhi: ormai i comportamenti linguistici dei due gruppi si vanno avvicinando. Chi ha i mezzi per imparare impara, chi non li ha non impara, sia tedesco o italiano è lo stesso.

Chi vive in situazioni miste, più o meno in “immersione sociale” appunto, è più bilingue di chi vive in oasi monolingue, che purtroppo stanno aumentando. Basta vedere i risultati degli ultimi anni di esami di bilinguismo: c’è un progressivo e a volte precipitoso peggioramento, e questo riguarda allo stesso modo sia isole monolingue italiane, come alcuni quartieri di Bolzano, che isole monolingue tedesche, come la Venosta: in entrambi i casi i risultati sono catastrofici, identicamente catastrofici. 

Gli esami di bilinguismo vanno infatti sempre peggio, nonostante l’esame sia stato alleggerito.

Eppure, la percentuale dei promossi è passata dal 51,9% del 2001 al 42,4% del 2006: in cinque anni quasi il 10% di promossi in meno! 

E questo in tutti i livelli di carriera:

Per il patentino A si è passati dal 66,5% al 51,8%: 14,7% di promossi in meno.

Per il patentino B si è passati dal 36,3% al 23,8%: 12,5% di promossi in meno.

Per il patentino C si è passati dal 49,1% al 38,5%: 10,6% di promossi in meno 

Per il patentino D si è passati dall’ 82,7% all’ 80,4%: 2,3% di promossi in meno.

Eccoli qui i risultati della politica dei divieti! E sono omogenei per gruppi linguistici. Distinguendo per comprensori, nel 2006 il tasso più basso di promozione si ha in Val Venosta, con solo il 30,5%, seguita subito dalla città di Bolzano col 38,5%. La media globale, come dicevo, è del 42,4% e sotto questa media ci sono ancora l’Alta Val d’Isarco e il Burgraviato. 

Un’altra considerazione, analizzando i dati nel corso del tempo: lo svantaggio delle aree linguisticamente deboli si accentua sempre di più. In un solo anno, dal 2005 al 2006, il tasso di promozioni in Val Venosta è calato del 9,6% ! 

Tutto buio, il quadro? Niente affatto. E sapete da dove viene la luce? Dalle valli ladine. Nelle valli ladine il tasso di promozione nel 2006 è stato del 76,5%, quasi il doppio della media provinciale! Nel patentino A c’è stato l’ 87% dei promossi, nel B il 70%, nel C il 65%, nel D il 90%. E non facciamo finta di non sapere qual’ è l’asso nella manica dei ladini, in fatto di bilinguismo: la scuola paritetica, cioè l’insegnamento veicolare, cioè la scuola dove alcune materie sono insegnate in tedesco e altre in italiano.

E’ la scuola che molti sognano anche nelle altre parti della provincia, è la scuola che si può fare a Milano, a Trieste, in Finlandia, a Berlino, a Monaco; è la scuola che fanno a Innsbruck e Trento attraverso una convenzione di scambio di insegnanti, ma che non si può fare a Bolzano, non si può fare a Merano, non si può fare a Bressanone, non si può fare a Brunico, è la scuola su cui il Presidente Durnwalder dice “noi vietiamo” anche se qui avremmo tutte le possibilità, gli insegnanti, le risorse. E’ un enorme sperpero di futuro quello che noi commettiamo andando avanti di questo passo.

E un enorme danno alla convivenza. Perché bilinguismo vuol dire convivenza, perché libertà e serenità nell’apprendimento vuol dire convivenza, meno pregiudizi, meno rancori. Nell’indagine dell’Astat “Barometro linguistico” i ladini sono risultati i cittadini che hanno meno pregiudizi e che si sentono più a casa anche là dove non si parla ladino. Prendiamo dunque lezione dai ladini. Esportiamo il modello ladino, non come sostituzione delle attuali scuole in madrelingua italiana e tedesca, ma come offerta aggiuntiva, sperimentale, da scegliere su base volontaria.

Si obbietta: ma c’è l’articolo 19 dello Statuto che lo impedisce. Noi Verdi non ne siamo convinti e insieme con noi tante cittadine e cittadini, linguisti, costituzionalisti. E in fondo in fondo, neppure la Provincia dovrebbe esserne convinta, se si ricordasse quali argomenti ha utilizzato per difendere l’estensione dell’insegnamento obbligatorio dell’italiano in tutte le prime classi delle scuole elementari tedesche.

Contro questa decisione della Giunta provinciale fu presentato ricorso per violazione dell’articolo 19 che prevede che la seconda lingua sia insegnata “nelle scuole elementari – cito - con inizio dalla seconda o dalla terza classe”. La causa finì davanti alla Corte Costituzionale e la Provincia presentò una sua memoria difensiva nella quale affermava che l’articolo 19 andava interpretato “quale norma – scrissero gli avvocati della Giunta provinciale – volta a garantire che l’insegnamento obbligatorio della seconda lingua abbia inizio al più tardi dalla seconda classe elementare” e che dunque non vietava affatto che ci si spingesse oltre, facendo iniziare l’insegnamento fin dalla prima classe. In questo modo, la Giunta provinciale dava una interpretazione dell’articolo 19 secondo la quale l’obbligo di garantire la scuola in madrelingua non esclude la possibilità di un’offerta aggiuntiva.

La Corte Costituzionale ha dato ragione alla Provincia dicendo che l’articolo 19 “non contiene – cito la Corte - alcun divieto di introdurre anticipatamente la seconda lingua. E quel che vale per un’ora di italiano in prima elementare vale anche per il resto: l’articolo 19 fissa l’obbligo di offrire la scuola in madrelingua, ma non contiene alcun divieto per un’offerta in più. 

Questa sentenza della Corte costituzionale, la 430 del 19 dicembre 2006, crea dunque i presupposti per una scuola plurilingue nella provincia di Bolzano, sul modello paritetico ladino, una scuola sperimentale da creare in alcuni grandi centri dove si concentra la richiesta, una scuola che non si sostituisce alle scuole in madrelingua, che non è alternativa ma complementare, perché si affianca alla scuola in madrelingua con un’offerta aggiuntiva cui si aderisce su base volontaria. 

Queste sezioni plurilingue dovrebbero essere istituite con una collaborazione delle tre intendenze scolastiche, dovrebbero ricevere personale appositamente formato nella nostra università ed essere sostenute scientificamente da un gruppo di ricerca interdisciplinare anch’esso insediato presso l’università. Dovrebbero accogliere bambini di ogni lingua e avere l’educazione interculturale e la didattica integrata delle lingue come centro del loro lavoro.

Prevedo la risposta del Presidente Durnwalder: “noi vietiamo”. Ma visto che lui ha scelto l’orizzonte del 2010 per la sua relazione, io mi permetto di correggerlo così: “Noi vietiamo, almeno fino al 2010”

Io credo che nessuno può fermare la storia e dunque scommetto che nel 2020, se non prima, questa scuola plurilingue ci sarà. Ci sarà, anche se nel frattempo avremo fatto perdere l’occasione a troppe ragazze e ragazzi.

BOLZANO

Vengo a un secondo argomento che mi sta a cuore, cioè le città e in particolare Bolzano, il capoluogo della nostra provincia, che somma in sé tutti i problemi e tutte le grandi potenzialità dei nostri maggiori centri urbani. Su questo, Presidente, Lei non ha detto una parola.

Qui c’è un problema di visione che noi abbiamo della nostra provincia. Se si legge la Sua relazione, sembra che l’Alto Adige - Südtirol sia un’area quasi esclusivamente rurale e di piccoli centri. Certo che l’Alto Adige – Südtirol è questo, e certo che la politica di mantenimento degli insediamenti diffusi ha impedito lo spopolamento della montagna e  contribuito alla difesa del paesaggio e dell’ambiente.

E tuttavia l’Alto Adige – Südtirol non è solo questo. E’ anche grande città, è anche Bolzano, e la grande città di centomila abitanti non è come la somma di mille frazioni di cento abitanti, non è una Magré moltiplicata per cento, non è una Falzes moltiplicata per cinquanta. La città, e Bolzano in particolare, è una concentrazione di funzioni, carichi sociali e ambientali, problemi e opportunità straordinarie, è un insieme qualitativamente diverso e specifico, che ha bisogno di una politica mirata.

Nella relazione del Presidente Durnwalder, invece, di Bolzano e delle altre nostre città non c’è traccia. Nella relazione l’Alto Adige – Südtirol è presentato come un territorio indistinto cui è applicata una politica che si presuppone vada bene per le frazioni come per i paesi, per i paesi come per le città. Ma così non è, le città hanno bisogno di essere nominate, riconosciute. Questo finora non è accaduto.

Tra le città, Bolzano ha un ruolo speciale come capoluogo e anche come polo di una più vasta area metropolitana che, se si considerano flussi e funzioni, comprende ormai Laives e diversi altri centri della Bassa Atesina,  Appiano e una parte l’Oltradige, San Genesio e il Renon, per una popolazione che sfiora i 200 mila abitanti.

Bolzano è punto di convergenza dei fiumi, delle comunicazioni, dei flussi delle persone e delle merci. Bolzano è sede dell’amministrazione provinciale, con i suoi palazzi e i suoi dipendenti. E’ sede della maggior parte delle istituzioni culturali e formative, dall’Università ai musei alle maggiori biblioteche. Bolzano è la città dove vivono insieme il maggior numero di italiani, il maggior numero di tedeschi, il maggior numero di immigrati e una piccola ma orgogliosa comunità di ladini. Bolzano è la città dove vive il maggior numero di famiglie mistilingue, coi loro figli perfettamente a proprio agio in entrambe le culture.

Bolzano è la città con il maggior numero di studenti e il maggior tasso di laureati, la più alta concentrazione di professionisti, il più alto afflusso di pendolari. E’ la città con la percentuale maggiore di lavoratori dipendenti a reddito fisso e di pensionati, con la forbice più ampia tra chi è ricco e chi è povero, col maggior numero di imprese, con la zona produttiva più vasta della provincia, verso la quale tendono a trasferirsi ultimamente anche tante imprese cresciute finora nella periferia.

Bolzano è la città divisa in due dall’autostrada, assediata dall’aeroporto, pressata dai fumi dell’inceneritore e delle industrie, soffocata da decine di migliaia di veicoli al giorno in entrata e in uscita. A Bolzano si trova la metà del patrimonio abitativo dell’Ipes, il maggiore ospedale della provincia, una grande azienda servizi sociali, il più alto numero di servizi e però anche il più alto numero, e molto più alto in paragone, di bisogni di assistenza. Bolzano è la città dove tanta parte della popolazione riceve salari operai e paga prezzi turistici.

Bolzano è la città con le famiglie di dimensioni più piccole, con meno nati, con il tasso più alto di donne e uomini che vivono soli, o donne e uomini soli con figli a carico; è la città con il maggior numero di anziani soli, di persone separate e divorziate, è la città col fabbisogno abitativo più alto.

Bolzano ha il carico sociale più alto della provincia, seguita – ma a una certa distanza – da Merano. Le cifre da citare sarebbero tante, ma mi limito ad alcuni esempi. A Bolzano ci sono quartieri popolari dove la popolazione più vecchia di 65 anni arriva al 25% del totale, contro una media provinciale del 15%. Quartieri dove l’indice di vecchiaia supera il 200%, mentre la media provinciale è del 92%. Quartieri come Europa Novacella, che ha una densità di 19.330 abitanti per km quadrato, a fronte di una media provinciale di 64 abitanti per km quadrato.

Questo enorme carico sociale preme sulle istituzioni, tanto che Bolzano – cito i dati del piano sociale della città - ha il più basso indice di penetrazione dei servizi (indice che nel capoluogo è di 5,6, mentre la media provinciale è del 7,8) e il più alto indice di domanda sociale insoddisfatta, che si calcola sul numero di persone in lista di attesa; indice che a Bolzano è 90,9, mentre la media provinciale è 56,1.

Si assicura che la Provincia ha investito molto su Bolzano, non solo in patrimonio edilizio e servizi, ma anche in istituzioni culturali. E’ vero, e vorrei vedere se fosse il contrario.   

Ma c’è un problema di ruolo, di pari dignità, di convinzione e di coinvolgimento. Molte opere pubbliche sono rimaste in gestione esclusiva della Provincia, come innesti che non si sono ancora integrati nel tessuto vivo del capoluogo, più oggetti di prestigio della Giunta provinciale che presenze condivise, fatte proprie dalla città e dai suoi cittadini e cittadine. 

Dunque il problema più importante oggi è la pari dignità e la partecipazione. Non è possibile che il Comune sia lasciato fuori dagli organi dirigenti dell’Ipes, che a Bolzano ha oltre la metà dei suoi alloggi e con essi determina la politica degli insediamenti, la formazione del tessuto sociale e la coesione di interi quartieri. Oppure che il Comune resti fuori dall’A22, la ferita velenosa nel cuore della città. Oppure dall’università, per decenni invocata ed attesa dalla maggioranza della popolazione e adesso corpo a sé stante, con nessun legame istituzionale con l’amministrazione. Oppure, il caso è di questi giorni, dal nuovo Museion. 

Eppure succede così: che ad ogni ristrutturazione degli organi direttivi il primo posto di cui si decide di fare a meno è quello di Bolzano. E così il capoluogo si trova fuori da luoghi e istituzioni che non solo utilizzano la città come insediamento centrale e di prestigio, non solo si alimentano delle sue risorse territoriali e umane, ma il capoluogo si ritrova escluso dai luoghi in cui si decide del suo futuro, del suo clima sociale, della qualità della vita della sua popolazione.

Si restringe il Cda dell’A22 e cade il rappresentante di Bolzano. Si riduce il cda dell’Ipes e Bolzano resta fuori – Bolzano che, dopo Rosa Franzelin di Lana e Albert Pürgstaller di Bressanone, prima o poi avrebbe anche il diritto di avere un presidente Ipes tutto bolzanino. 

Stessa cosa all’Università: via subito Bolzano. Il caso del Museion l’ho già ricordato. 

Non si può risolvere il problema dicendo che sarà la Provincia a nominare in questi organi dirigenti persone di Bolzano, magari nella “quota italiana”. Qui l’essenziale è a chi queste persone rispondono. Se rispondono alla Provincia di cui sono i rappresentanti, e non al Comune, non ci si stupisca se poi non sono riconosciute come proprie dall’amministrazione cittadina e dai cittadini. Non ci si stupisca se il comune si sente tagliato fuori, come non si stanca di ripetere a voce alta l’ex sindaco Giovanni Salghetti. E se tagliate fuori Bolzano sapete bene che tagliate fuori sia 26 mila persone di lingua tedesca, cioè la più grande concentrazione urbana di questo gruppo linguistico, sia 73 mila persone di lingua italiana, cioè i due terzi del gruppo di lingua italiana della provincia.

Con Bolzano dunque bisogna fare attenzione. Non si può lavorare a colpi d’accetta. Non si può dire, signor Presidente, che chi paga comanda e visto che paga la Provincia, sarà la Provincia a comandare. E’ un ragionamento assurdo, da mercato dei cavalli, che nasconde una concezione proprietaria e privatistica del bene pubblico.

I denari investiti dalla Provincia sul territorio di un comune non sono soldi privati della Giunta provinciale, né del suo Presidente. Sono soldi dei cittadini, prelevati dalle tasche dei cittadini e che ai cittadini ritornano com’è giusto che sia. Quando la Provincia investe su Bolzano, o su un qualsiasi altro comune, non fa alcun loro favore, fa solo il suo dovere. Restituisce ai cittadini in termini di beni pubblici quello che i cittadini hanno anticipato come contribuenti.

E dunque i cittadini, e le amministrazioni comunali che più da vicino li rappresentano, hanno il pieno diritto di decidere e gestire quanto viene realizzato sul loro territorio, di decidere e gestire con pari dignità e pieni diritti. I comuni non possono essere ridotti al ruolo di passivi ospiti delle opere provinciali. Né i sindaci possono essere ridotti a fare la fila alle sei di mattina davanti alla porta del Landeshauptmann.

Questo vale a maggior ragione per Bolzano, città con la quale purtroppo la Provincia intrattiene da troppo tempo un rapporto gerarchico e paternalista, mentre servirebbe pari dignità e cooperazione, se riconosciamo in Bolzano il capoluogo del nostro territorio. 

AUTONOMIA

Il rapporto tra Bolzano e la Provincia deve cambiare. Non si può applicare la forza dei numeri, o il criterio della proporzionale etnica, per cui chi è più grosso – in soldi, o estensione territoriale, o abitanti, o rappresentanza linguistica – comanda e chi è più piccolo deve adattarsi e chiedere col cappello in mano. Bolzano e la Provincia non sono due realtà che si possono mettere su una scala gerarchica, con la Provincia al vertice e il Comune sotto. Non si può fare questo, perché dal 2001 il nuovo titolo quinto della Costituzione stabilisce pari dignità istituzionali tra Regioni, Province e Comuni, e figuriamoci se questo principio non vale per il comune capoluogo.

Domandiamoci dunque come potrebbero essere impostati i rapporti tra Provincia e Comune di Bolzano se adottiamo il criterio della pari dignità, secondo il quale due istituzioni pur diverse in dimensioni e competenze si riconoscono tuttavia reciprocamente uno stesso valore istituzionale.

Ci sono modelli cui ispirarsi. Consideriamo per esempio il rapporto tra due soggetti diversissimi come la Provincia autonoma di Bolzano e il Governo italiano: maggiore sproporzione non potrebbe esserci. E maggior sproporzione non c’era, ai tempi del primo Statuto. Oggi le cose sono cambiate, anche grazie alla lunga battaglia per un’autentica autonomia.

Oggi Governo italiano e Provincia autonoma, soggetti di dimensione così diversa, si riconoscono però pari dignità e siedono e si confrontano attorno a un tavolo che si chiama appunto “paritetico”, la commissione dei 6, commissione paritetica perché composta da 3 persone di lingua italiana e 3 di lingua tedesca, 3 nominate dal governo e tre dalla Provincia, con in più la clausola che il governo deve nominare una persona di lingua tedesca e la Provincia una di lingua italiana, come segno che ciascuno deve farsi carico anche delle ragioni dell’altro. 

A me pare che con lo stesso spirito, e con soluzioni tecniche appropriate e concordate, debba essere impostato di nuovo il rapporto tra Bolzano e la Provincia.

Su questo argomento il sindaco di Bolzano ha fatto oggi sui giornali dichiarazioni che noi Verdi condividiamo in toto. Tra Provincia e comune capoluogo bisogna andare oltre gli incontri sporadici, serve un tavolo di confronto istituzionalizzato come esiste in Trentino tra provincia e comune di Trento, un tavolo permanente e paritetico, e il modello a cui ispirarsi potrebbe essere proprio quello adottato tra Governo e Provincia nella commissione dei 6.

Un confronto permanente e paritetico, che parta dal riconoscimento che se titolare dell’autonomia legislativa è la Provincia, il Comune capoluogo ha la podestà primaria di governo del proprio territorio, podestà che il nuovo articolo 118 della Costituzione attribuisce a tutti i comuni e dunque anche ai nostri comuni.

In Alto Adige questa nuova dimensione costituzionale, fondata sul principio di sussidiarietà, è rimasta finora lettera morta. Da noi la Provincia si comporta ancora come un grosso comune di 487.000 abitanti, mentre dovrebbe limitarsi a fissare la cornice legislativa entro cui poi i comuni possano operare in libertà ed autonomia. Qui da noi invece la Provincia, vedi tutto il settore dell’energia,  detta le regole e al contempo gioca la partita, fa l’arbitro e insieme il pugile, pretendendo per di più che gli altri gareggino con un braccio legato alla schiena.

Dunque la questione di Bolzano porta con sé la questione dell’autonomia, della dignità e del ruolo dei comuni, pur con la specificità del capoluogo.

FUTURO

Pari dignità e cooperazione sono indispensabili per il futuro di Bolzano. Accenno solo, per metterli a verbale del Consiglio provinciale, ai due progetti formulati negli ultimi mesi nel capoluogo, progetti che senza una cooperazione con la Provincia non potranno mai essere realizzati: lo spostamento dell’autostrada in galleria e la candidatura di Bolzano a “capitale europea della cultura” per l’anno 2019.

La prima proposta è scaturita dal lavoro sul nuovo piano urbanistico, la seconda è inserita nel piano strategico approvato dal consiglio comunale. Entrambe sono destinate a cambiare il volto del capoluogo e a purificarne l’aria, l’aria dei polmoni la prima, l’aria delle intelligenze la seconda. Entrambe vogliono ricucire una città ancora divisa territorialmente e anche, purtroppo, mentalmente.

L’eliminazione del nastro di asfalto, di traffico e di veleni che spacca la città consente di realizzare un’ampia fascia verde lungo i fiumi, dove possono trovare posto diverse istituzioni culturali e sentieri e ponti tra i quartieri. 

La meta europea del 2019 consente di riprendere il cammino del confronto culturale, dell’elaborazione della storia e dei suoi relitti ancora purtroppo non archiviati, e favorire se non una memoria ricomposta, almeno il confronto con le memorie e i dolori dell’altro. Su questo cammino può trovare posto e senso la realizzazione della nuova biblioteca provinciale comune a tutti i gruppi linguistici e anche un istituto di ricerca e un museo sulla storia contemporanea, magari da realizzarsi proprio nella piazza più discussa della città. Un museo del quale il monumento che ancora divide diventi il pezzo più grosso in esposizione e così, reso muto testimone di un tempo che è passato, venga accompagnato ad addormentarsi nella storia. 

CULTURA

Sono così arrivato a parlare di cultura. Ebbene, a me pare che anche in questo ambito dobbiamo cominciare a spostare l’accento dal principio proporzionale, secondo il quale chi è più grosso comanda, al principio della pariteticità.

Perché anche nella cultura non può esserci gerarchia. Le culture non sono né grandi né piccole, non si pesano, non si paragonano, non si tagliano a fette come la torta del bilancio provinciale che avete tagliato l’altro giorno, caro Presidente e caro assessore,  offrendo un’immagine davvero di pessimo gusto. Le culture non sono fette di torta, l’una con la ciliegina e l’altra senza. Ogni cultura ha pari dignità, anche la più piccola, e per questo quando si tratta di cultura non possono valere rapporti gerarchici, ma pari dignità e rispetto. Deve valere pariteticità, reciprocità, gestione in tandem o in alternanza.

Questi principi garantirebbero la co-presenza di tutti i soggetti senza umiliarne nessuno, con la scelta di rinunciare alla regola della maggioranza in favore dell’interesse alla compartecipazione. E si fa questo perché nella cultura è sempre molto meglio, e anche molto più efficiente, far partecipare che non comandare da soli.

In questo campo un esempio positivo viene dal modello di gestione della Fondazione del Nuovo Teatro, dove alla presidenza si alternano per eguali periodi una persona di lingua italiana e una persona di lingua tedesca, che finora sono stati il sindaco e il vicesindaco di Bolzano.

In fondo è lo stesso modello di alternanza che vale anche qui tra noi, per la presidenza del nostro Consiglio provinciale. E’ lo stesso modello di parità ed alternanza applicato in questa legislatura al rapporto tra Trento e Bolzano nella Regione.

Ed è lo stesso modello con cui funziona il Tar di Bolzano, composto pariteticamente da 4 giudici di lingua italiana e 4 di lingua tedesca, con la presidenza che si alterna ogni 2 anni. Quando il vertice è composto da una sola persona, in certi casi è meglio alternarselo, che non che comandi per sempre il più forte.

Mi pare un modello consono in particolare per le nostre istituzioni culturali. Credo per esempio che gli organi dirigenti del nuovo centro bibliotecario provinciale debbano rispondere a questo criterio di pariteticità linguistica e di tandem ai vertici. E lo stesso sistema dovrebbe valere anche per i musei. 

Nuovi rapporti tra Bolzano e la Provincia e tra la Provincia e i comuni, un nuovo modello di gestione della cultura sono pezzi importanti della riforma dell’autonomia, dei suoi equilibri e bilanciamenti interni e anche del sistema di convivenza e partecipazione dei gruppi linguistici.

LADINI

Concludo con breve accenno alla nuova questione ladina. Dico “nuova questione ladina” perché il referendum svoltosi poche settimane fa a Cortina, Livinallongo e Colle Santa Lucia ha introdotto un fattore nuovo nel quadro provinciale. Un fattore che non può essere ignorato, come ha fatto il presidente Durnwalder che a questa questione non ha dedicato nemmeno una parola.

Invece tacere non possiamo, perché presto questo consiglio sarà chiamato a pronunciarsi sull’aggregazione di questi tre comuni alla nostra regione e non potremo dare un parere sottovoce: se diremo di sì, e io credo che si debba dire di sì, e prevedo anche che la maggioranza di questo consiglio dirà di sì, dovremo farlo con argomenti solidi e convincenti, perché una cosa dobbiamo sapere: il giorno dopo quel sì tutto il mondo ci sarà addosso. Ci diranno che lo facciamo per i soldi di Cortina e che Cortina lo fa per i soldi del Sudtirolo, ci diranno che attentiamo alla stabilità delle regioni confinanti. Dovremo avere solidi e buoni motivi e un sì detto con la coda tra le gambe, facendo capire che ci dispiace molto, ma di no proprio non potevamo dire, è la soluzione peggiore.

Anche perché il clima è pessimo, in Parlamento e in tutta Italia – e io inviterei la collega Eva Klotz a non peggioralo ancora di più con questa assurda guerra dei cartelli a un metro dal confine.

Io credo che potremo convincere, che i buoni argomenti ci sono. E non solo nel passato, nella riparazione del torto storico con cui il fascismo divise i ladini in tre province e due regioni, in modo da indebolirne l’identità per poterli meglio cancellare. C’è un discorso ancora più valido sul presente e sul futuro. Dobbiamo chiarire che il progetto cui noi diciamo sì è quello di riunire tutti i ladini delle Dolomiti sotto lo stesso tetto dello Statuto di autonomia dell’Alto Adige – Südtirol, uno degli Statuti più avanzati in fatto di tutela delle minoranze. Così facendo, e così permettendo, il parlamento italiano può fare un passo avanti nella realizzazione piena dell’articolo 6 della Costituzione, là dove si dice che “la Repubblica tutela le minoranze linguistiche”.

I ladini sono la minoranza più piccola d’Italia, e i nostri attuali ladini sono la minoranza nella minoranza. Dunque la riunione dei ladini delle Dolomiti entro un unico ambito territoriale e istituzionale fa bene sia all’Italia, alla sua reputazione in Europa, al suo impegno al rispetto delle minoranze, ma fa bene anche a noi cittadine e cittadini dell’Alto Adige – Südtirol, perché rafforza la nostra minoranza più piccola, ne potenzia la voce, ne premia gli sforzi di rinascita, ne aumenta il ruolo e l’influenza e ridimensiona al contempo le tentazioni egemoniche dei due gruppi maggiori, sempre purtroppo presenti.

Riunire i ladini delle Dolomiti nell’autonomia speciale della nostra Regione consente infine di creare nel cuore delle Alpi un forte, consapevole e tutelato gruppo ladino che può funzionare da riferimento e sostegno alle poco tutelate popolazioni ladine sparse per le Alpi, dai romanci dei Grigioni ai Furlans del Friuli. 

Ho finito. Come vede, signor Presidente, ho cercato di raccogliere il Suo invito a immaginare l’Alto Adige del futuro. Ma per farlo davvero, e perché sia davvero futuro, non ci si può fermare al 2010, cioè alla data di scadenza di questo bilancio triennale. Fermandosi lì, Lei Presidente ci ha descritto un Sudtirolo identico a quello di oggi, solo con la promessa che quel che oggi non funziona funzionerà un po’ meglio. Non mi sembra un gran che. 

Io ho cercato di immaginare un’autonomia più partecipata e basata sulla pari dignità, una cultura fatta e gestita tutti insieme, una Bolzano capitale culturale europea nel 2019 e liberata dall’autostrada, l’istituzione di una scuola bilingue, i ladini delle Dolomiti riuniti sotto uno stesso tetto. E’ questo il futuro che noi Verdi ci auguriamo per il bene delle cittadine e dei cittadini della nostra provincia.

Riccardo Dello Sbarba

Bolzano, 12 dicembre 2007

 

 


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