KOSOVO ANNO ZERO - 4 MARZO 2004
Due popoli in prigione: gli albanesi nella Serbia, i serbi nelle enclaves. Viaggio alla ricerca di una convivenza perduta.
Dal settimanale “ff”, 4 marzo 2004
AD Innsbruck, il taxista che mi porta all’aeroporto è un serbo di Banja Luca, repubblica Serbska di Bosnia. “Kosovo? Nur Scheiße”. Nemmeno lo scopo del mio viaggio lo smuove: insegnare ad un gruppo di giovani giornalisti come si potrebbe fare un’informazione interetnica. Il serbo-bosniaco se la ride: “Quatsch. Kosovo ist nur Krieg, immer Krieg”. A Vienna, una fila di militari in tuta mimetica attende l’imbarco per Pristina: americani con le cuffiette negli orecchi, norvegesi alti e silenziosi. C’è un diplomatico inglese tipo Camera dei Lord con una segretaria che pare Vanessa Redgrave. E poi funzionari dell’Unmik, l’amministrazione civile dell’Onu. Quando l’aereo esce dalle nuvole, il Kosovo è tutto sotto di noi: due milioni di abitanti, un’unica grande pianura circondata di monti. Pristina è nascosta sotto l’enorme nuvola rossa della “Kek”, la sola centrale elettrica del paese. Sei camini che fumano, tutti rigorosamente a carbone. Fuori dall’isola di cemento dell’aeroporto, la pianura è un’interminabile distesa di fango. L’acqua abbonda in questa regione e le terre basse sono acquitrino. Le strade sterrate sono buche e acqua, le poche asfaltate così malridotte che basta una leggera pendenza perché il fango le invada. Siamo a Kosovo Polje, la “piana dei merli”: qui il 28 giugno del 1389 la mezzaluna turca sconfisse la croce balcanica e si aprì la via verso il cuore dell’Europa. Qui, il 28 giugno del 1989, seicento anni dopo, Slobodan Milosevic riunì un milione di serbi e lanciò la pulizia etnica contro gli albanesi. Qui, ora, sul cartello stradale che indica la “santa pianura”, il nome in serbo è stato cancellato. La superstite dizione “Fushë Kosovë” annuncia la rivincita albanese.
Viale Bill Clinton. Il ristorante fuori dall’aeroporto si chiama “Motel Aviano”, in onore della base italiana dalla quale partivano i bombardamenti Nato sulla Serbia. A Pristina l’arteria principale è stata ribattezzata “Viale Bill Clinton”, con tanto di gigantografia. Gratitudine dell’immediato dopoguerra. Dopo la caduta di Milosevic, l’Occidente si è riconciliato con la Belgrado di Kostunica e Pristina si fida più di nessuno. I negoziati sul futuro assetto del Kosovo non partono, mentre il circo bellico, dopo l’11 settembre, si è spostato in Afganistan e Iraq. La guerra va altrove, i finanziamenti seguono la guerra, gli aiuti e le organizzazioni umanitarie seguono i finanziamenti. Nella zona di Pec-Peja, la seconda città del paese, che è la mia meta, nel 2000 operavano 80 organizzazioni non governative. Oggi sono ne rimaste dieci. Tra queste c’è il “Tavolo Trentino con il Kosovo”, coordinamento di una dozzina di associazioni di volontariato sostenute dalla provincia di Trento. Mauro Barisone è il coordinatore locale del “Tavolo”. Con lui lavora Agron, un kosovaro che è stato dieci anni in esilio. Una sera del 1989 fu picchiato e arrestato dalla polizia perché passeggiava per strada con altri due amici. A quel tempo, per i serbi tre albanesi insieme erano già un “gruppo di terroristi”. Così Agron finì nella lista nera e dovette scappare. Nel 1999, quando Milosevic decise di fare terra bruciata del Kosovo, anche la casa di Agron fu data alle fiamme. I serbi lavoravano metodicamente: dentro ogni casa sparavano una o due granate al fosforo e poi via, alla prossima. In pochi giorni centinaia di villaggi diventarono un unico rogo. Poi il destino si invertì, i Serbi si ritirarono sotto le bombe della Nato e allora toccò agli albanesi bruciare le loro case. Si salvò solo il centro di Pristina. Lì la popolazione era più mescolata, l’albanese in fuga lasciava la chiave del suo appartamento al vicino serbo dicendo: “Bada alla mia casa”. Poi toccò al serbo scappare e all’albanese badare. Gli albanesi tornarono scortati dagli “internazionali” – così i locali chiamano i soldati della Kfor, i civili della Unmik e dell’Osce e i volontari stranieri. E con gli “internazionali”, arrivò in Kosovo una parola che non c’era mai stata: “etnico”. E il suo corollario: “multietnico”. Soprattutto gli americani hanno insistito nell’uso ufficiale di questa classificazione. Così gli albanesi diventarono un “gruppo etnico”, i serbi idem. Le iniziative sostenute da Unmik e Osce sono preferibilmente “multietniche”. Agron ride: “Ai vecchi tempi eravamo tutti jugoslavi”. Adesso non più. Adesso i pochi serbi rimasti (15 mila sui 200 mila di prima della guerra) vivono rinchiusi in enclaves isolate e protette dalla Kfor, l’esercito internazionale.
Cimiteri e bazar. La strada da Pristina a Pec-Peja è costellata di villaggi. Quelli albanesi hanno le case ricostruite, ma solo a metà. L’intonaco manca. Si vedono i mattoni rossi, le travi di cemento e i panni alle finestre. Molte non hanno ancora il tetto. E c’è anche chi ha approfittato del caos della ricostruzione per aggiungere diversi piani all’edificio originale. Tutto è ancora provvisorio. E piuttosto traballante. I villaggi serbi, invece, sono scheletri anneriti. Le case sono state prima bruciate, poi derubate dei mattoni ancora buoni, infine trasformate in discarica di rifiuti. A Drenovac giacciono le macerie di una chiesa ortodossa fatta saltare con l’esplosivo. Un gruppo di bambini smonta una per una le pietre squadrate di una “kulla”, antica casa dei contadini serbi. Qui era la roccaforte dell’Uck e qui ha infuriato la macelleria serba. La campagna è un immenso cimitero. I corpi sembrano sepolti dove sono caduti. Tombe ovunque, nei prati, nei boschi. Centinaia di tumuli segnati da una lapide a punta, da un bastone, da un semplice mucchio di terra. Civili albanesi, profughi mitragliati nella fuga, donne, vecchi, bambini. Sulle tombe dei combattenti dell’Uck, invece, grandi lapidi nere erette in verticale portano incisa in bianco l’intera figura del morto: l’uniforme militare, il mitra in mano, la faccia da ragazzo. Accanto a queste “tombe degli eroi” sveltola la bandiera rossa albanese con l’aquila nera bicipite. Il sangue segna il suolo. Prima di Klina, addossato a una collinetta, un monumento ricopre una fossa comune. Anche qui sveltola l’aquila. All’ingresso di Pec-Peja, capitale della provincia di Metoija, i capannoni della Zastava, la fabbrica che clonava auto Fiat, sono desolati. Ci lavoravano duemila operai, la guerra l’ha devastata e non ha più riaperto. L’economia kosovara è ferma, la disoccupazione sfiora l’80%. L’unico lavoro ben pagato lo fa chi opera per gli “internazionali”: interpreti, funzionari, impiegati, agenti della polizia kosovara che girano in pattuglie miste con la Kfor. I prodotti essenziali per la vita quotidiana (benzina, caffè, latte, sigarette, cancelleria, radio, Tv, telefonia mobile, edilizia, assicurazioni) sono nelle mani di quattro clan di affaristi. Due, il temuto Krem Luka e la Devolli Company, sono di Pec-Peja. Nella piazza centrale, il palazzo che ospitava la Banca jugoslava è diventato il quartier generale dell’Unmik. I fondi esteri per la ricostruzione sono il grande bottino da spartirsi. Il resto è commercio senza regole: ogni buco è stato trasformato in negozio. Ma pochi vendono e pochissimi comprano. I proprietari se ne stanno lì, dal mattino fino a notte, soli. Ci sono centinaia di bar. Quasi tutti vuoti. Chi non ha di meglio da fare, apre una farmacia. Nel centro di Pec-Peja ce ne sono un centinaio, in alcune strade una ogni cinquanta metri. Non sono richieste licenze. Coprono il traffico di farmaci che fiorisce sempre nelle zone di guerra. O traffici peggiori. Poco fuori città, gli alpini della “Julia” si sono costruiti un’enorme cittadella bianca che occupa mezza collina: “villaggio Italia”. Non è il solo, né il più grande. Nel sud del Kosovo gli americani hanno costruito la base più vasta d’Europa. Vicino a Pristina, gli inglesi hanno scavato decine di bunker sotterranei. I locali temono che prima o poi diventino la discarica nucleare dell’Occidente. Non sono basi provvisorie. “A Cipro andammo nel 1974 e ci siamo ancora” è solito rispondere il comandante del “villaggio Italia” a chi gli chiede quanto durererà.
Giornali di guerra. Il centro giovanile interetnico “Zoom” è nel centro di Pec-Peja. Qui si tiene la nostra “scuola di giornalismo”. Tra chi la frequenta, qualcuno lavora in Tv, altri in radio, un gruppo edita un periodico illustrato, un ragazzo è corrispondente dell’agenzia ufficiale di stampa. I giornali kosovari hanno la grafica gridata della Bild Zeitung, ma parlano tutti e solo di politica. I lettori vengono mantenuti in uno stato di mobilitazione permanente. E la distinzione tra “noi” e “loro” è il tema fondamentale. A “loro”, ieri, è successo qualcosa. Nella enclave di Staro Gracko, vicino a Pristina, due serbi usciti senza scorta armata sono stati uccisi. Da sconosciuti. Fatto grave, ma solo il piccolo “Zëri” (diecimila copie di tiratura) ha il coraggio di portarlo in prima pagina. Nemmeno una parola invece sul “Bota Sot”, il primo giornale del Kosovo vicino al partito del premier Rugova. Che in prima pagina pubblica invece – proprio oggi! - un violento articolo contro gli insegnanti serbi che, pagati dal ministero dell’istruzione kosovaro, fanno ancora lezione “alla serba”. “Vi fidate di questo giornale?” chiedo ai miei giovani giornalisti. “Solo dell’oroscopo” ironizza Idriz, il corrispondente. I vecchi giornalisti di regime, spiega, non sono scomparsi, hanno solo cambiato padrone. E chi tenta un giornalismo d’inchiesta, sbatte contro un muro di gomma. “E’ vietato indagare sull’uso dei fondi dell’Unmik – protesta Idriz – Qui arrivano centinaia di milioni di euro all’anno da tutto il mondo, ma dove finiscono?”.
Già, dove finiscono i soldi? La domanda di Idriz mi torna in mente alla sera, quando d’improvviso la città cade nel buio. E’ lo scherzo quotidiano che ci fa la Kek, la centrale che sparge fumo di carbone su Pristina. Ogni sera sospende la corrente almeno per tre ore. Non marcia, sebbene gli “internazionali” ci abbiano speso una fortuna. Mesi fa, il funzionario Unmik responsabile dell’impianto, un tedesco, è stato messo agli arresti domiciliari con l’accusa di aver fatto sparire 8 milioni di euro. In compenso, la centrale manda agli utenti bollette da 600 euro al mese, quando lo stipendio di un professore universitario è di 240 euro. Nessuno paga, quelli della Kek lo sanno e non insistono. Idem per le tasse. Ogni sera, quando la città sprofonda nel buoi, risplende il “villaggio Italia” illuminato a giorno. Alpini la corrente non manca mai.
I serbi dell’enclave. Al centro “Zoom” alcune sedie sono vuote. Fino ad agosto erano occupate da un gruppo di giovani serbi provenienti dalla vicina enclave di Gorazdevac, 880 anime isolate dal resto del mondo dal cordone protettivo della Kfor. Lo “Zoom” era l’unico spazio di libertà: i giovani serbi arrivavano scortati a volte dalla Kfor, a volte da Mauro e Agron. “Finché siete con noi – dicevano loro i ragazzi albanesi – nessuno può farvi del male”. Hanno fatto anche un campeggio insieme, in montagna, finanziato dal “programma interetnico” dell’Osce. Al ritorno, scendendo a Gorazdevac, i serbi hanno detto: “Ora ce ne torniamo in prigione”. E gli albanesi: “E’ dove avete costretto a stare noi per dieci anni!”. Se lo dicevano con la bocca sorridente e le lacrime agli occhi. Tutto questo prima di agosto. Perché il 13 agosto c’è stato “l’incidente” (così chiamano qui gli episodi di una guerra civile strisciante) ed è finito tutto. Un gruppo di ragazzi e ragazze dell’enclave stava facendo il bagno nel vicino torrente Bistrica, quando da un boschetto qualcuno ha aperto il fuoco su di loro. Due lunghe raffiche di Kalashnikov. Pantelija di 11 anni e Ivan di 20, uno degli animatori dello “Zoom”, sono rimasti uccisi. Altri quattro sono stati gravemente feriti. In città i ragazzi albanesi hanno chiuso il centro giovanile per tre giorni, in segno di lutto. Volevano anche partecipare al funerale, ma il villaggio serbo non li ha voluti. Da allora, più nessun serbo è uscito dall’enclave. Chi fraternizza con gli albanesi è considerato un traditore. Dunque, alla sera ci spostiamo noi “internazionali” a Gorazdevac. Il paese è costruito per un paio di chilometri lungo una strada sterrata fradicia di fango, ai cui lati si accumulano le immondizie che nessuno, dalla città, viene più a prendere. La scuola, invece, c’è: 25 insegnanti si sono trasferiti lì dalle zone ex miste e garantiscono elementari medie e superiori. All’inizio e alla fine del paese ci sono due cimiteri. Uno ha la bandiera serba: anche qui riposano “eroi”, ma di una guerra perduta. Prima dei cimiteri ci sono i check point della Kfor. Blindati e sacchi di sabbia. Uno è acquartierato in un’ex fabbrica di scarpe. Ci lavoravano 400 operai, serbi e albanesi insieme. La guerra l’ha chiusa. I ragazzi serbi sono a casa di Fabrizio Bettini, un altro volontario trentino (di Rovereto) che si è istallato a Gorazdevac dopo le uccisioni di agosto. E’ stata una scelta: Fabrizio qui e Mauro a Peja sono l’unico ponte tra due comunità che non si parlano più. Fabrizio fa da scudo umano. Finché lui è con noi, dice la gente al villaggio, non ci possono accadere brutte cose. Arsenije è alto, biondo, forte, esuberante. E’ il leader dei giovani di Gorazdevac. Di albanesi non vuol più sentir parlare. “Qui siamo in Serbia – dice – e si deve parlare serbo”. E’ sicuro: prima o poi, “quelli là” se ne andranno. Dove? “In Albania, da dove sono venuti. Perché noi serbi qui c’eravamo da sempre”. Stasera Arsenije è su di giri: “Dai, andiamo al pub”. Paga lui. Stasera va bene. Certi giorni, invece, i serbi di Gorazdevac non riescono neppure ad alzarsi dal letto. La depressione è la malattia più diffusa nel villaggio. Il “pub” è nella piazza del paese, ricavato sotto terra nella cantina della palazzina dell’Unmik. Due stanzette, luci fioche, un piccolo bar che serve birra, la musica ad altissimo volume, i sacchetti di sabbia alle finestrelle in alto. Tutti fumano, bevono, pochi parlano. L’aria è irrespirabile. Prigionieri in un bunker, prigionieri in un’enclave di due chilometri quadrati, prigionieri in un Kosovo che non è più loro. “La paura? – dice Arsenije – Non so più che cosa sia”.
Monasteri e moschee. Questa è la zona dei grandi monasteri ortodossi che un dio dispettoso ha voluto distribuire proprio in terra albanese. E il più importante dei monasteri serbi, il patriarcato, è proprio a Pec-Peja (noi continuiamo a usare entrambi i nomi, ma: “Pec!”, ci correggono i serbi; e “Peja!” ci correggono gli albanesi). Qui, nella antica cattedrale trecentesca, viene incoronato il patriarca di Belgrado. Il complesso è difeso da un muro, circondato dalle garitte e dai posti di blocco degli alpini italiani, che ostruiscono la strada per la Val Rugova, le alpi albanesi e il Montenegro. Dentro le mura, il tempo si è fermato. Un torrente si allarga in vasche dove le monache allevano una rara specie di trota nera. Suore vecchissime passeggiano nei viali. Nella cattedrale sono esposti crocefissi e icone bruciacchiate provenienti da tutto il Kosovo, messe in salvo – dice il cartello – “dalle distruzioni dei barbari”. I patriarchi del medioevo ci guardano dagli affreschi d’oro delle pareti. Da secoli fanno barriera alla “minaccia musulmana”. Ma a Peja c’è anche la grande moschea del Cinquecento, un gioiello d’arte araba, con le cupole e l’alto minareto. Ilir, il mio interprete, non manca mai alla grande preghiera del venerdì. “Noi albanesi eravamo qui prima dei serbi – mi spiega – Ogni anno loro festeggiano una sconfitta, Kosovo Polje, pensa che gente”. Per anni, Ilir ha dovuto frequentare le scuole clandestine, perché i serbi vietavano l’insegnamento in albanese. Si vanta di non essere stato mai – già prima - amico d’un serbo. Buon giorno e buona sera, niente di più. Poi gli hanno bruciato la casa. Tutto gli è andato in fumo: libri, ricordi. E’ stato profugo due anni in Albania. Quando è tornato era tabula rasa. E il vuoto l’ha colmato imparando forsennatamente le lingue: l’italiano, che gli serve per lavorare da interprete e guadagnare bene. E l’arabo, che gli serve per crescere d’importanza alla moschea. La maggior parte degli albanesi non capisce nulla del Corano e dei riti. Ma non lui: già otto sure si è imparato a memoria il bravo Ilir. Tra poco, potrà sostituire l’imam nella guida della preghiera. Il muezzin intona la nenia che richiama i fedeli. Nella moschea ripetiamo i gesti millenari: il lavaggio di mani e piedi, le due mani alla faccia per isolarsi dal mondo, la posa in ginocchio come nel giorno del giudizio, la faccia a terra per essere vicini a dio. Fuori dalla moschea, il bazar sta chiudendo. Su un palazzo sventola la bandiera rossa con l’aquila nera: è la sala del bingo. Al centro, una macchina soffia in aria le palline coi numeri per l’estrazione. Tutti maschi: sia al bingo, che dentro la moschea. Fuori bruciano i mucchi di spazzatura, un gruppo di uomini al riparo di un portico traffica in apparecchiature elettroniche. Passa la jeep della polizia e il gruppo si dilegua. Tre case serbe diroccate ricevono la loro razione quotidiana di rifiuti. Lungo la strada sterrata, i proprietari delle bancarelle scavano canali per far scorrere l’acqua che ristagna.
Ci vuole pazienza. L’ultima sera la città è deserta. E’ sabato e a Peja c’è l’incontro di pallacanestro contro la squadra di Pristina. E’ lo sport più seguito e questo è il derby dell’anno. Meglio stare alla larga: qui di solito le partite finiscono a botte. Mangiamo nel miglior ristorante, quello che quasi nessun kosovaro può permettersi. Il conto: 8 euro e mezzo a testa. La domenica si parte per Pristina. Appena fuori Peja un blindato degli alpini blocca la strada principale. Non si passa. “Novità?” No, solo “un incidente”. Di lontano si vede una jeep a ruote all’aria in un fosso. Dobbiamo fare il giro attraverso gli sterrati ed il fango. Ci vuole pazienza, in questo paese. Sull’aereo mi siede accanto la Vanessa Redgrave dell’andata. E’ sola, il Lord è rimasto a Pristina. Per i negoziatori questo è un momentaccio. I kosovari hanno proclamato il 2005 come anno dell’indipendenza, ma gli “internazionali” insistono su un’autonomia, o una federazione, che nessuno, a Pristina, è disposto ad accettare. La polveriera Kosovo potrebbe riesplodere. Speriamo di no. Già, speriamo bene. Prima di partire, Mauro mi ha raccontato dei villaggi albanesi e serbi del Sud, dove la gente convive e non c’è bisogno di check-point Mentre voliamo sull’Adriatico, l’Ansa dai Balcani batte la seguente notizia: “PRISTINA - Il Ministro del governo provvisorio del Kosovo per l'ambiente Ethem Cheku ed altre 4 persone sono rimaste gravemente ferite per l'esplosione di un veicolo sabato notte a Pec-Peja. Ceku è membro del terzo partito albanese, l'Alleanza per l'avvenire, guidato da uno degli ex leader guerriglieri, Ramush Haradinaj. L’attentato è avvenuto alla fine della partita di pallacanestro tra Peja e Pristina a cui il ministro aveva assistito”. |